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Cenni storici sulla Famiglia Capece Minutolo
Biografie degli antenati piu' illustri
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Scipione Capece

CAPECE, Scipione (Scipio Capycius). - Signore di Antignano e di San Giovanni a Teduccio, nacque a Napoli nel 1480, circa, primogenito (Ammirato) o secondogenito (Ametrano) del celebre giurista Antonio e di Maddalena di Loffredo.
Tenne lezioni domestiche di diritto, e dal 1518 al 12 giugno 1519 fu lettore di Instituta allo Studio napoletano. Dopo essere stato luogotenente di Cosenza forse per l'anno 1519-20, riprese l'insegnamento nel 1534, quando fu chiamato a sostituire Gasparro de Leo sulla cattedra vespertina di ius civile, con stipendio annuo di 200 ducati. Intanto, nel 1526, aveva sposato Giunia Caracciolo (dalla quale non ebbe figli) e, in quella occasione, l'umanista cosentino Antonio Telesio diede alle stampe un Epithal. in nuptias Scipionis Capycii et Iuniae Caracciolae.

In un documento del 25 giugno 1572 la settantacinquenne vedova del C. è chiamata non Giunia, ma Giovanna e, sebbene Giunia possa essere uno pseudonimo classico di Giovanna, non è da escludere che la diversità di nome corrisponda a una diversità di persona e che, pertanto, il C. avesse avuto due mogli, uscite entrambe dalla stessa nobile famiglia napoletana. L'ipotesi sarebbe confermata dall'accenno al "mogliazzo di Scipione" contenuto in una lettera inviata da Annibal Caro, amicissimo del C., a Gandolfo Porrino il 17 ag. 1538 (A. Caro, Lettere familiari, a cura di A. Greco, I, Firenze 1957, p. 111).

Probabilmente, il 25 nov. 1535, il C. pronunciò, al cospetto di Carlo V tornato di Tunisia, un'orazione di benvenuto commissionatagli dal seggio di Nido al quale apparteneva e che gli valse la toga di consigliere di S. Chiara. Circa in questi anni (forse nel 1537), pubblicò presso il Sultzbach un opuscolo giuridico intitolato Scripta super titulum de acquirenda possessione ubi multa utilia in practica et in materia feudorum et constitutionis Regni continentur.

Lasciata la cattedra universitaria, che passò ad Antonio da Cerreto e poi a Marcello Biringucci, fu nominato (16 dic. 1539) consigliere del Sacro Regio Consiglio, con Mario Sasso, Marino Freccia, Ettore Minutolo e Francesco Brancia. Tenne tale carica, con la funzione di amministratore della giustizia, e con provvigione di 400 ducati, fino al 26 febbr. 1543, quando il viceré, don Pedro de Toledo, lo rimosse dall'ufficio nominando in sua vece Ettore Gesualdo. Contemporaneamente al C. venne destituito dalla carica di consigliere il giurista Nicola Iacobo de Raynaldis.

Uomo di religiosità profonda e inquieta, il C. aveva subito il fascino della predicazione dell'Ochino e del sottile misticismo del Valdés, tanto che nel memoriale di Giulio Basalù all'Inquisizione veneziana (21 maggio 1555) verrà citato, con Francesco da Messina, Marcantonio Villamarina, Girolamo Capece, Lelio Sozzini e altri, tra i negatori della divinità di Cristo e tra gli assertori della giustificazione mediante la sola fede, mentre Lorenzo Tizzano affermerà di aver parlato delle opinioni valdesiane, luterane e anabattiste con Francesco Renato, Girolamo e Matteo Busale, Giovanni Francesco Coppola, Giovanni Laureto e il Capece. Il sospetto di eresia e l'accusa, non meno grave, di opporsi al severo regime del vicerè Toledo, che giudicava pericolose per la sicurezza dello Stato le libere riunioni dei migliori intellettuali napoletani che, continuando la tradizione dell'Accademia Pontaniana, si tenevano, dopo la morte del Sannazzaro (1530), in casa del C., ne determinarono la destituzione dall'alto incarico e la soppressione dell'accademia.

Sebbene al provvedimento pare non seguisse un decreto di bando vero e proprio, il C. preferì comunque abbandonare Napoli e rifugiarsi presso il principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, che lo teneva in alta stima (B. Tasso, Lettere, a cura di A. F. Seghezzi, I, Padova 1731 pp. 329 ss.) ed era suo parente, avendone sposato una cugina, Isabella Villamarina. L'esilio fu per il C. un colpo durissimo: ancora nel 1546, dedicando al reggente di cancelleria Giovanni Figueroa l'edizione delle Decisiones Sacri Regii Consilii Neapolitani raccolte dal padre Antonio, egli lamenta l'ingiustizia patita e, nel secondo libro del De principiis rerum (vv. 826-849), ricorda, con accenti di doloroso rimpianto, l'ingrata patria per la quale tanti dei suoi, fedeli all'imperatore, avevano versato generosamente il loro sangue. Alla corte del Sanseverino si legò di fervida amicizia con Bernardo Tasso che gli indirizzò l'ode XX (Capeccie,procellosa,atra tempesta) e presentò a Pietro Bembo il De principiis rerum. Di questa amicizia paterna sarà memore Torquato quando nel Gonzaga overo del piacere onesto (vedilo nei Dialoghi, a cura di E. Raimondi, III, Firenze 1958, pp. 240 s.) citerà il C. come esempio di gentiluomo virtuoso nonostante l'audacia delle idee ("non sol aristotelico d'opinione ma seguace anco d'Alessandro").

A Salerno ripubblicò (1544) un trattatello di diritto comparato, il Magistratuum Regni Neapolis qualiter cum antiquis Romanorum conveniant compendiolum, già ed. a Napoli verso il 1540 (P. Manzi, Annali di Giovanni Sultzbach, Firenze 1970, p. 92). Dall'esilio tornò almeno una volta a Napoli, verso la fine del 1544, essendo stato convocato in giudizio, con Cesare da Bologna, in una causa civile contro Giovan Francesco Concio, nella quale testimoniò, previa autorizzazione del vescovo di Aquino, Galeazzo Florimonte (10 novembre), il prete Salvatore Marzano.

Durante il soggiorno salernitano, protrattosi almeno fino al 1547, il C. ebbe incarichi amministrativi nel periodo di assenza del Sanseverino, occupato in Fiandra al servizio di Carlo V, e finì di comporre il De principiis rerum che fu pubblicato nel 1546 dagli eredi di Aldo, preceduto da una dedicatoria di Paolo Manuzio a Isabella Villamarina e da una lettera encomiastica del Bembo al Capece. Nel 1548 egli era ancora in rapporti con la corte di Salerno, come si desume da una lettera che Bernardo Tasso gli inviò da Augusta il 7 gennaio di quell'anno (Lettere, I, p. 434). Nel 1549, sebbene fosse ancora sospeso dagli incarichi pubblici, ottenne dall'imperatore la concessione, per sé e i suoi eredi, di 105 palmi di terreno situato nei pressi di Porta Reale, vicino a S. Chiara, e, il 15 dicembre, una seconda concessione di terreno e 20 scudi per la costruzione di una casa. Il 19 giugno 1550 Ferdinando Francesco d'Avalos gli concesse immunità doganale per il trasporto di 500 tavole di castagno da costruzione da San Severino nel Principato Citra a Napoli. Il 20 maggio 1549 vendette a Giovan Tommaso Bianco una rendita sulla dogana del sale di 300 ducati annui, acquistata dal padre. Il 19 marzo del 1551 Giovan Donato e Ettore della Marra rinunciavano, in favore del C., del fratello Muzio e di un cugino, l'abate Francesco, ai diritti sulla cappella di S. Giorgio nella chiesa di S. Domenico Maggiore, dove i tre Capece avevano acquistato una sepoltura. Qui il C. fu inumato dopo la sua morte, che avvenne a Napoli il 9 dicembre 1551.

Allievo del Pontano e del Summonte, il C. è citato da Girolamo Carbone, nell'elegia ad Agostino Nifo (1512), tra i letterati che facevano capo al Sannazzaro: Andrea Matteo Acquaviva, Traiano Cabanilla, Francesco Elio, Francesco Pucci, Pietro Gravina (del quale ci restano due curiose lettere del 1520 a un certo Tranquillo, ove si parla di un invito domenicale presso un discepolo del C., di nome Albio), Lucio Giovanni Vopisco, Giano Anisio, Girolamo e Antonio Seripando, Giano Parrasio, Giovanni Filocalo, Decio Apranio, Placido di Sangro. Alcuni di questi li ritroviamo, insieme con Onorato Fascitelli, Camillo Querno, Paolo Flavio, Giovan Francesco Alois (il Caserta), Angelo di Costanzo, Cosimo Anisio, Galeazzo Florimonte, Berardino Rota (cugino del C., cfr. G. Rosalba, La famiglia di B. Rota, in Studi di letteratura italiana, I [1899], p. 178), Girolamo Borgia, Leonardo Schipano, Bernardino e Coriolano Martirano, tra i membri dell'accademia presieduta dal Capece. I rapporti che egli certamente ebbe con Aldo Manuzio non possono tuttavia essere testimoniati dalla lettera, pubblicata dall'Altamura (p. 174), con la quale il C. manda a Aldo una gemma antica, per ricambiare il dono delle orazioni ciceroniane e delle opere del Pontano da lui impresse. La lettera infatti è probabilmente una falsificazione, in quanto la prima ed. aldina delle Orationes di Cicerone uscì nel 1519 (A. A. Renouard, Annales de l'imprimerie des Alde, Paris 1825, I, pp. 202 ss.), cioè quattro anni dopo la morte di Aldo. Interessante è invece la lettera di Paolo Manuzio a Girolamo Seripando, ov'egli loda la grande erudizione del C. (Renouard, Annales, III, p. 290). Documento della amicizia con Vittoria Colonna è l'Inarime (Napoli 1532, ristampato da A. Altamura, Un "rarissimo" del Cinquecento, in Studi di filologia italiana, Napoli 1972, pp. 183 ss.), un poemetto in eleganti esametri sulle origini di Ischia, ritiro prediletto di Vittoria, cui esso è dedicato.

Nel 1533 pubblicò per la prima volta il De vate maximo, riedito poi, in redazione diversa, nel 1535. Sono tre libri d'esametri sulla vita del Battista, dove, in polemica (II, 8-20) col De partu Virginis del Sannazzaro, si evita accuratamente qualsiasi intrusione mitologica. Il poema, festeggiato da Antonio Tebaldeo in un epigramma, è anche ricordato nell'Umanitàdel Figliuolo di Dio di Teofilo Folengo che, stabilitosi in quegli anni nella penisola sorrentina col fratello Giambattista, aveva stretto amicizia col C. e con altri letterati del suo circolo (G. Billanovich, Tra don Teofilo Folengo e Merlin Cocaio, Napoli 1948, pp. 135 ss.). Un amico del C., il benedettino Angelo de Faggis, trasse da quest'opera l'ispirazione per un suo poemetto di uguale argomento (G. Minozzi, Montecassino nella storiadel Rinascimento, Roma 1925, pp. 392 ss.). Ma il lavoro di maggior impegno, al quale la fama del C. soprattutto si raccomanda, è il De principiis rerum libri II, dedicato a Paolo III nel 1546. Di ispirazione lucreziana, il poema si inserisce degnamente nella tradizione umanistica di poesia scientifica che, appunto a Napoli, aveva dato prove altissime con l'Urania e il Meteororum liber del Pontano. In quest'opera, con la quale il C. sembra incarnare l'ideale di poeta dotto vagheggiato nel De vero poeta del suo contemporaneo e conterraneo Girolamo Angeriano, vengono confutate, a favore di un'interpretazione del mondo più rispettosa della verità rivelata, le dottrine epicuree e lucreziane della casualità, dell'eternità della materia e dell'atomismo, e vi si sostiene che le cose sono originate dall'aria. L'assunto antimaterialistico del poema spiega la sua buona accoglienza da parte della Chiesa: la ristampa del 1594 fu curata da Ottaviano Capece, vescovo di Nicotera, ed è corredata di note del gesuita Ignazio Bracci; quella del 1754 è accompagnata dalla traduzione italiana e dal commento del benedettino Francesco Maria Ricci, traduttore anche dell'Anti-Lucretius del cardinale di Polignac. La necessità di illustrare con esempi le affermazioni teoriche dà luogo a felici pause descrittive che variano piacevolmente il severo argomentare del poeta filosofo: notevoli soprattutto la descrizione delle stalattiti osservate in Lucania (I, 162-170) e quella dell'assedio di Tunisi del 1535 (II, 372-419). A chiusura del poema il C. invoca il ritorno dell'autore dell'Alfonsus e della Ad Scipionem Capicium elegia, il benedettino Onorato Fascitelli, "vitae unanimem socium comitemque laborum" (II, 896).

Ora al C., ora al Fascitelli è stato di volta in volta attribuito un Genethliacon Iesu Christi pubblicato primamente nel 1831, che l'Altamura (Per l'attribuzione del "G.I.C.", in Studi e ricerche di letteratura umanistica, Napoli 1956, pp. 205 ss.) ritiene, con argomenti pur non decisivi, opera di Berardino Rota.

Di squisita fattura e di nobile eloquenza sono le quattro elegie del C., pubblicate postume nel 1594: al giovane Antonio Perrenot, signore di Granvelle e futuro viceré di Napoli, a Girolamo Seripando, a Giovan Battista Castaldo, marchese di Cassano, e quella De suis ac suorum temporum miseriis, di discussa cronologia (ma forse del 1538). Tra gli epigrammi sono da ricordare le traduzioni di Anth. gr., IX, 346 (tradotto anche dal Poliziano, dal Marullo e dall'Alciato) e XVI, 129, un'imitazione di Sannazzaro, Epigr., I, 64, e i due tumuli per Lampo Auria (Doria) e Alfonso Vivio. Al 1529 risale l'epigramma encomiastico che si legge nell'edizione Sultzbach del De bello Neapolitano di Camillo Querno. Sullo stile del C. giovane ci resta un interessante giudizio del Pontano, che lamentava nei suoi componimenti e in quelli del Sannazzaro una "nimia diligentia ac sedulitas" (lettera del Summonte al C., in N. Mancinelli, Pietro Summonte umanista napoletano, Roma 1923, p. 28). Alla sua produzione giovanile appartiene il perduto "venustissimum epigramma" di cui parla il Summonte in una lettera diretta, a un Caracciolo, forse il poeta Giovan Francesco (è in Mancinelli, ibid., p. 30, ove è anche pubblicata una lettera al C. sulla visita di alcuni amici al Pontano malato in Antignano). Esso fu scritto in lode di un medico empirico che aveva somministrato un potente farmaco al Pontano ormai prossimo a morire.

Al C. è stata pure attribuita, molto debolmente, dall'Altamura (Un'elegia ined. sull'origine del Sedil Capuano di Napoli, in Studi..., pp. 61 ss.) un'elegia che, col titolo Incerti authoris de origine et antiquitate Sedilis Capuani, si legge nel ms. S. Martino 441 della Nazionale di Napoli. Probabilmente perduta è invece una sua genealogia della famiglia Loffredo, di cui si servì Scipione Ammirato.

Il Minieri Riccio ci ha lasciato notizia di un De soluto matrimonio, manoscritto, e di un'epistola latina a Sigismondo Loffredo. Alcune terzine attribuite al C. nel ms. XIII. D. 27 della Biblioteca nazionale di Napoli sono quasi sicuramente una falsificazione tarda di Gian Vincenzo Meola. Interessante è l'attività editoriale: in collab. con Giovan Francesco di Capua, conte di Palena, egli pubblicò, nel 1532, i carmi di Pietro Gravina; inoltre, per suo incarico, Paolo Flavio pubblicò, da un manoscritto già del Pontano e venuto poi in possesso del C., la prima edizione integrale delle Interpretationes vergilianae di Tiberio Claudio Donato, che uscì nel 1535 (cfr. R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci ne' sec. XIV e XV..., Firenze 1914, p. 220), ded. a Luigi di Toledo, figlio del viceré, e preceduta da una lettera del C. a Garcilaso de la Vega. L'edizione delle opere del C. di più utile consultazione è la veneziana del 1754, con le notizie biografiche di G. M. Mazzuchelli.

Bibl.: S. Ametrano (B. Capece), Della famiglia Capece, Napoli 1603, pp. 40 s.; S. Ammirato, Delle famiglie nobili napoletane, II, Firenze 1651, pp. 232, 307; N. Toppi, Biblioteca napoletana, Napoli 1678, p. 280, e Addizioni copiose di L. Nicodemo, ibid. 1683, pp. 225 ss.; G. B. Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, III, 1, Napoli 1750, pp. 397 ss.; L. Giustiniani, Memorie istor. degli scrittori legali del Regno di Napoli, I, Napoli 1787, pp. 171 ss.; G. Capecelatro De antiquitate et varia Capyciorum fortuna, Napoli 1830, pp. 68 ss.; C. Minieri Riccio, Biografie degli accademici alfonsini detti poi pontiniani dal 1442 al 1543, Napoli 1880-82, pp. 229 ss.; L. Amabile, Il S. Officio della Inquisizione in Napoli, I, Città di Castello 1892, pp. 134 e n. 1, 159 s., 163, 193 s.; G. Schiavello, S. C. umanista del sec. XVI, Napoli 1900 (rec. di G. Rosalba, in Rass. critica della lett. ital., VII [1902], pp. 273 ss.); N. Cortese, L'età spagnuola, in Storia della Univ. di Napoli, Napoli 1924, pp. 299, 317, 323, 407 s., 420; E. Garin, Storia della filosofia ital., II, Torino 1966, p. 670; A. Altamura, Per la biografia di S. C., in Studi di filologia ital., Napoli 1972, pp. 159 ss., con ulteriore bibliografia e appendice di documenti.



di Giovanni Parenti. Fonte: TRECCANI Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 18 (1975)



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